
Ultimo è diventato una delle figure più ingombranti della musica italiana contemporanea, e non solo per i numeri che muove. È un artista che divide in modo quasi scientifico: o lo senti come una voce che parla direttamente a te, oppure ti sembra di ascoltare sempre la stessa canzone. Non esistono vie di mezzo, e forse è proprio questa polarizzazione a renderlo così centrale nel dibattito musicale.
La sua forza sta nell’essere rimasto identico a sé stesso: non ha mai cercato di piacere a tutti, non ha mai inseguito mode e non ha mai provato a smussare gli angoli del suo stile. È un cantautore che vive di assoluti: emozioni dette senza filtri, frasi che sembrano scritte di getto, un immaginario che si muove sempre tra fragilità, rivalsa, malinconia e un romanticismo che non teme di essere giudicato. Per chi lo ama, questa è autenticità pura; per chi non lo sopporta, è ripetizione, retorica, autocompiacimento.

Eppure, proprio questa divisione è il suo carburante, perché Ultimo è un artista identitario: chi lo segue lo fa con una dedizione quasi tribale, chi lo rifiuta lo fa con la stessa convinzione. In un’epoca in cui molti cercano di essere tutto per tutti, lui resta un blocco compatto, riconoscibile, impermeabile. E questo, nel bene e nel male, lo rende unico.
Il suo nuovo album, “IL GIORNO CHE ASPETTAVO”, conferma esattamente questa dinamica. È un disco che non tenta minimamente di sorprendere, con Niccolò che continua a muoversi nel suo territorio naturale: pianoforte, confessioni, aperture melodiche, un tono che oscilla tra diario personale e dichiarazione universale.
Ci sono momenti in cui la sua scrittura sembra più matura, più asciutta, più consapevole: alcuni brani hanno una struttura più solida, gli arrangiamenti sono più pieni, e si percepisce una volontà di portare le canzoni verso una dimensione live, quasi a immaginare già il coro di migliaia di persone. In questi passaggi, il disco funziona bene: è emotivo, diretto, costruito per arrivare.
Ma non mancano i limiti. Molti pezzi sembrano variazioni dello stesso tema, con parole, immagini e soluzioni melodiche che Ultimo utilizza da anni. A volte la sensazione è che si affidi troppo ai suoi stilemi, come se bastasse ripetere la formula per ottenere lo stesso effetto. Chi non lo apprezza troverà conferma delle proprie critiche: poca evoluzione, troppa enfasi, un linguaggio che rischia di diventare prevedibile.
Nel complesso, “IL GIORNO CHE ASPETTAVO” pare un album costruito per chi già lo ama, e che non farà certamente cambiare idea a chi lo ha sempre trovato eccessivo o monocorde. Ma forse è proprio questo il punto: Ultimo non ha la minima intenzione di convincere nessuno. Cerca di restare fedele a sé stesso, e nel bene o nel male è questa coerenza assoluta a renderlo un artista che non lascia indifferenti.








