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Wayne – NO TITLE | Recensione | Primo Ascolto

Fra le crew che hanno davvero segnato la scena urban italiana nell’ultimo decennio, la Dark Polo Gang merita senza dubbio un posto di rilievo. Molto criticata agli inizi, col tempo ha conquistato un pubblico sempre più ampio, trasformando i suoi membri in personaggi riconosciuti e popolarissimi.

Dopo il 2020, però, il gruppo si è progressivamente dissolto: i componenti hanno seguito la strada già intrapresa da Side nel 2018, scegliendo di dedicarsi ai propri progetti solisti. Inevitabilmente qualcuno ha brillato più degli altri, e il caso più evidente è Tony Effe, capace di inanellare successi con vari singoli e soprattutto con l’album “ICON”. Meno fortunati, invece, gli altri ex membri.

Oggi analizziamo l’ultimo progetto di uno di loro, ovvero “NO TITLE” di Wayne: un titolo emblematico per raccontare un esperimento sonoro. Dieci brani, alcuni featuring, e l’idea di trasformare la matrice trap originaria in un amalgama di suoni più sporchi, distorti, volutamente indefiniti. Come dichiarato nella descrizione del progetto, l’obiettivo è proporre qualcosa di non incasellabile: un percorso crudo e dark, senza però giocare solo sull’effetto nostalgia (come aveva fatto Pyrex con “King of Dark”) e cercando di distaccarsi dalla wave trap più mainstream, pur senza rinnegare le proprie radici.

E, a dirla tutta, si poteva fare di meglio. Non è un progetto brutto, ma non sembra avere quella grinta capace di far percepire qualcosa di davvero sentito. La fotta appare più costruita che genuina, come se Wayne avesse finito il carburante e stesse cercando qualsiasi strada per risultare originale e ancora apprezzabile. Paradossalmente, i brani più convincenti sono “2 g di merce” con Side Baby, prodotto dal sempreverde Sick Luke, e “Taylor Swift” con Pyrex e Tony Effe: i pezzi più “Dark style”, quasi usciti direttamente da “Succo di Zenzero”.

Quando invece Wayne si affianca a nuove leve, come in “Botta di K” con Macello, sembra mancare il mordente. Anzi, sono proprio gli emergenti a mostrare più energia, mettendo Wayne in secondo piano. Alcuni testi, già non celebri in passato per profondità, qui risultano davvero basic: una sequenza di termini volgari e monotematici su droga e sesso. Non che questo sia un problema in sé, ormai ci abbiamo fatto il callo, ma ascoltati tutti di fila finiscono per stancare.

Cosa manca davvero al progetto? Un filo conduttore. Il titolo ,o meglio, la sua assenza, sottolinea la volontà di non averne uno, ma il risultato è un disco che fatica a trovare una direzione chiara. Forse Wayne, dopo l’esperienza con la DPG, non è riuscito a costruirsi una dimensione solista convincente, dimostrando che questa strada, probabilmente, non è adatta a tutti.

Probabilmente un nuovo, fantomatico disco del gruppo (di cui si parla da tempo tra interviste e allusioni) potrebbe essere la chiave per un ritorno in grande stile per i fan storici e, forse, la chiusura definitiva di un progetto che, nonostante le critiche, ha segnato a suo modo l’immaginario della musica trap italiana contemporanea.

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