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Westcross – bar speranza | Recensione | Primo Ascolto

«Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia». Con questa frase si apre “Memorie dal sottosuolo”, il celebre romanzo di Dostoevskij che racconta un uomo fin troppo consapevole, intrappolato nelle sue contraddizioni e nella sua stessa libertà.

È proprio quella lucidità, quel modo di osservare sé stesso e ciò che lo circonda, che ci fa pensare a Westcross. Nel suo primo album, “bar speranza”, l’artista prova a dare voce al suo modo di vivere e di percepire il mondo.

Di origini mediorientali, Westcross costruisce l’intero progetto attorno a un bar che, più che un luogo fisico, sembra essere un punto di raccolta per ricordi, esperienze e pensieri. L’atmosfera è costante: basi morbide, quasi soffuse, sulle quali scivola con parole e un rap classico, spontaneo, quasi da freestyle. A tratti ricorda il Massimo Pericolo degli inizi, non a caso il primo ospite del disco e autore di una delle strofe più incisive.

All’ascolto emergono subito i racconti di provincia: «Non mi piace quella piazza, ma se vado via poi mi manca». Westcross mostra un attaccamento quasi viscerale al luogo in cui è cresciuto, che sembra trattenerlo e non volerlo lasciare andare. Brani come “fuori dall’edicola” raccontano l’ambiente che lo ha formato, tra spaccio e vita di piazza, dove ha imparato quanto la realtà possa essere dura. Altri, come “21.50 (party)”, restituiscono le serate di provincia, dove la semplicità di un parcheggio o di una panchina si riempie delle anime e dei gesti dei ragazzi.

Il talento di Westcross sta forse proprio qui: nel riflettere la realtà in modo diretto, senza filtri, permettendo a chi ascolta di viverla insieme a lui. Oltre ai racconti della periferia emergono anche i temi dell’amore, nelle collaborazioni con Frah Quintale e Dutch Nazari: amori complicati, segnati dal sentirsi diversi dalla massa, sempre attenti a ciò che si nasconde sotto la superficie. «Mi hai detto che non ameresti qualcuno se ama chi odi, quindi se ti odi, non puoi amarmi».

Quello che forse manca, e che ci si potrebbe aspettare da un ragazzo così intelligente e con radici tanto profonde, è un racconto più ampio, capace di toccare anche temi sociali attraverso il suo punto di vista: non un difetto, ma un aspetto da affinare nel percorso. Per ora l’album si chiude con la traccia che porta il suo stesso titolo, e nelle ultime tre barre offre una fotografia limpida dello spirito di Westcross: «Quando vado, sembra che non passi il tempo / Da lontano accenno un sorriso a un fratello / Mentre imparo a sopravvivere a me stesso». Una frase che riporta inevitabilmente alla consapevolezza da cui siamo partiti, e con cui l’artista deve convivere.

“bar speranza” è un album coerente dall’inizio alla fine, nei suoni come nei testi. Si percepisce chiaramente che è il primo progetto ufficiale di un artista talentuoso, ma soprattutto dotato di un’intelligenza e una maturità rare: capace di scavare nei ricordi e nella nostalgia per analizzarli e trasformarli in atmosfera, in immagini, in musica.

Traccia preferita: “i bambini vedono i fantasmi”

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