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Zetsu – UOMINI SIATE E NON PECORE MATTE | Recensione | Primo Ascolto

“UOMINI SIATE E NON PECORE MATTE” è l’album d’esordio degli Zetsu, power trio veneto di San Donà di Piave formato da Daniele Ravagnan (basso e voce), Pablo Ravagnan (chitarra e voce) e Francesco Moni Bidin (batteria): tre fratelli, due di sangue e uno “di spirito”, che trasformano disagio provinciale e bisogno di rinascita in un grido diretto, senza filtri, sopra un fuzz rock carico di psichedelia e distorsioni profonde.

Autoprodotto e distribuito da ONErpm, il disco è uscito lo scorso 26 giugno in digitale e CD, anticipato dal singolo “Pecore Matte”: sette tracce rigorosamente in italiano per un’opera stridente, concentrata sull’incontro tra impatto sonoro e parola.

La citazione dantesca che dà il titolo all’album (“Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate e non pecore matte”) funge da tetto emotivo, perché traccia dopo traccia si segue l’evoluzione di un grido primordiale di rabbia e cinismo che scivola verso autodistruzione e delirio dell’ego, per poi, solo nella parte finale, cercare una forma di accettazione del mondo. Il risultato è un concentrato di energia e intensità che esplora l’impatto fisico del suono attraverso ritmiche travolgenti, chitarre sature e muri sonori imponenti, fondendo melodia e rumore, caos ed emozione in un equilibrio istintivo alquanto viscerale.

Il disco alterna episodi fedeli alla forma-canzone ad altri in cui le strutture si allargano e i tempi si dilatano, spingendo i brani verso territori più aperti e sospesi: alla prima famiglia appartiene l’ottimo “Pecore Matte”, che parte subito con la musica a sovrastare la voce strutturata in in un cantato grezzo, seconda voce tagliente ed un garage rock arrabbiato e poco levigato, che funziona da dichiarazione d’intenti. “Carri Allegorici” conferma la propensione del trio verso sonorità più pesanti e dirette, con voce principale truce e narrante e seconda più esasperata.

“Kygo” porta un testo ribelle e di denuncia, meno etichettabile, con chitarre corpose nelle sezioni piene e un’intensità che privilegia la tensione rispetto alla melodia immediata; “In principio era un cazzo” torna a un territorio tra metal e hardcore, con un cantato volutamente poco comprensibile che si adatta alla ferocia del pezzo. Accanto a queste tracce più compatte trovano spazio composizioni più inaspettate: “Deposizione” è introdotta da un’intervista che richiama un fatto di cronaca, poi si risolve in un brevissimo e deciso intermezzo punk che collega naturalmente alla traccia successiva. “Apocrifo”, quasi dieci minuti, apre con un’intro morbida che dà respiro dopo le distorsioni precedenti (una scelta che in live si rivelerà preziosa) e poi dà sfogo a un repertorio contaminato e imprevedibile, tra pause, digressioni aggressive e momenti quasi eterei nella parte centrale. “Uomini Siate”, probabilmente il momento più alto del disco, resta contaminato ma più centrato sul valore lirico, chiudendosi con una coda noise di grande effetto.

Sin dalle prime battute il lavoro appare deliziosamente fuori moda: gli Zetsu intrecciano malinconia e atmosfere sospese tipiche di certe correnti alternative italiane degli anni Novanta e Duemila con elementi più pesanti e abrasivi, ma dando comunque già vita ad un linguaggio personale e riconoscibile. Proprio per queste caratteristiche, l’album non mancherà di interessare una fascia di ascoltatori legata sentimentalmente a quel periodo, dove gli exploit di band meno avvezze al mainstream venivano prese maggiormente in considerazione.

I testi, firmati principalmente dai fratelli Ravagnan, spaziano come detto tra denuncia, riflessione filosofica e visioni apocalittiche, sempre in italiano e sempre diretti, per un esordio maturo e senza compromessi. Se il genere vi aggrada… Volume a palla: avete di fronte una delle proposte alternative rock italiane più affamate del momento.

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